“Bembo e l’invenzione del Rinascimento”

Non fu un semplice collezionista ma uno dei ‘registi’ di quello che oggi chiamiamo Rinascimento: Pietro Bembo. Palazzo del Monte di Pietà, Padova, fino al 19 maggio dedica un’ampia rassegna al più importante e completo ‘artista’ e ‘mentore’ della cultura rinascimentale, o meglio, sarà attraverso gli occhi di Bembo che si potrà ripercorrere l’affascinante ‘racconto’ di un periodo storico che influenzò in modo determinante la cultura del tempo e la successiva.

Cardinale, scrittore, grammatico, umanista italiano, Bembo, veneziano di nascita, padovano di elezione, di casa nella Roma dei papi, fu amico, guida e protettore di artisti come Raffalello, Michelangelo, che designò come modelli per un nuovo fare artistico, e poi Bellini, Cellini, Belli, di cui collezionò e spesso ispirò le opere, mentre si lasciò ispirare da poeti quali Boccaccio e Petrarca, fu infatti fondatore della creazione di una lingua nazionale: codificò le regole della lingua italiana fondandola sull’uso dei massimi scrittori toscani trecenteschi, e fu rappresentante dei ‘ciceroniani’ gruppo che si prefiggeva la restaurazione di uno stile ispirato alla classicità romana, imitando Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia, i due modelli principali della lingua latina.

Negli anni padovani, ovvero a partire dal 1530, Bembo fu considerato il precursore del moderno ‘Museo’. Nella sua casa, ancora esistente a via Altinate, egli riunì capolavori dei grandi maestri, dipinti, sculture, ma anche oggetti d’arte come gemme, bozzetti, manoscritti, monete, medaglie, al punto che quella sua ‘collezione’, raccolta sia per gusto personale sia come testimonianza per lo studio del passato, rese agli occhi dell’Europa del tempo la sua casa un ‘Musaeum’, ‘Casa delle Muse’, ‘Museo’, termine che allora divenne universale per indicare un nuovo modo di raccogliere e presentare l’arte, la conoscenza. La presenza di Bembo fece allora di Padova il baricentro della cultura artistica internazionale.

Il titolo dell’esposizione padovana “Bembo e l’invenzione del Rinascimento” riporta infatti a quell’Italia sul finire del ‘400, frantumata, in crisi, alla quale Bembo offrì un’identità comune in cui riconoscersi. I capolavori presentati in mostra, capolavori che l’intellettuale veneto aveva riunito nel suo Musaeum, opere da Mantegna a Raffaello, da Bellini a Tiziano, sono stati concessi eccezionalmente in prestito dai grandi Musei internazionali che, dopo la morte di Bembo li conservano grazie alla vendita concessa loro dal figlio Torquato.

“Bembo e l’invenzione del Rinascimento” è a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Adolfo Tura.

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