David Claerbout e la sua “smascherazione” delle immagini

Quando si fruisce di un’immagine vengono messi in moto dei meccanismi, di cui spesso non si ha nemmeno una reale consapevolezza, attraverso i quali viene letta, questi meccanismi fanno capo a degli schemi mentali con i quali si percepisce il binomio spazio/tempo. Ma dietro ad una “fotografia”, intesa come tecnica di produzione di un’immagine, si nasconde tutto il mondo del “fotografico”, inteso come categoria percettiva, ed esso viene liberato soprattutto grazie alle più recenti tecnologie visive, ad esempio grazie all’utilizzo del digitale che ha permetto di aprire la visione di nuovi orizzonti percettivi, estetici, concettuali.

L’artista che maggiormente si è dedicato a scandagliare tutto ciò che esiste tra un’immagine e la sua recezione è David Claerbout, ed è al suo genio che il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto dedica, fino al 13 gennaio 2013, la prima personale italiana.

Claerbout dopo un iniziale interesse alla forma espressiva della pittura si dedica totalmente al campo della fotografia e del cinema. Il lavoro dell’artista belga è incentrato sulla contemplazione, sulla riappropriazione delle immagini, troppo spesso fruite passivamente, senza che ci sia una reale consapevolezza dei meccanismi attraverso i quali le leggiamo, così Claerbout ci fornisce la “chiave” giocando con la percezione del tempo, dello spazio, del movimento, e nel suo gioco ci svela i meccanismi illusori della mente, questa operazione sembra un paradosso: far entrare il cinema, composto dal binomio immagine – movimento, nella fotografia, composta dal binomio immagine – staticità. La sottile esplorazione di David Claerbout è un compito impegnativo che lui svolge con una minuziosa cura dei dettagli e con l’aiuto dell’allestimento dell’architetto Pedro Sousa, che sembra “completare le istallazioni” e diventarne parte integrante. Infatti entrando nelle sale del Museo che ospitano i lavori dell’artista, il visitatore si ritrova in una sorta di “altra realtà” e viene immerso in una totale semioscurità, creata da giochi di colori e superfici, che lo costringe a muoversi lentamente, misurando le distanze, percependo gli ostacoli e lo spinge quindi a porsi in un atteggiamento di contemplazione e di riappropriazione di “un’altra dimensione”.

La mostra al Mart, realizzata in stretta collaborazione con l’artista e curata da Saretto Cincinelli, offre un’antologia di istallazioni fotografiche e video realizzate dall’artista dagli anni Novanta fino alle più recenti.

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