“Joel Peter Witkin. Il Maestro dei suoi Maestri”

Ciò che Manet faceva con la pittura, dimostrare l’importanza della materia, della tela, oltre a quella dei soggetti, dei temi raccontati, Joel Peter Witkin fa con la fotografia, mostrando la sostanza stessa della fotografia oltre che l’immagine.

Il MNAF, Museo Nazionale Alinari della Fotografia, Firenze, presenta fino al 24 giugno l’eccezionale e provocatoria opera fotografica del newyorkese Witkin, una selezione di circa 55 opere con le quali ‘viaggiare’ attraverso la creatività, le interpretazioni, la sperimentazione fotografica del maestro.

Il fotografo americano infatti è noto per la sua instancabile ricerca, interpretazione, reinterpretazione, le sue immagini sono enigmatiche e spesso frutto di un geniale mix tra i lavori dei grandi nomi della fotografia, la scultura greca e romana, l’arte barocca, neoclassica, moderna, il tutto dominato dal tema del corpo, della nudità, inteso in rapporto all’erotismo, alla sofferenza, al piacere, al deterioramento, alla morte, ma sono sempre presenti anche soggetti religiosi.

I suoi lavori appaiono come un costante rimando, in molti casi Witkin ha reinterpretato capolavori dei grandi maestri del passato come Velasquez, Goya, Courbet, Manet.

A rendere unico e immediatamente riconoscibile il suo stile è ciò che egli crea durante la fase di stampa, aspetto dunque cruciale della sua arte soprattutto perché la maggior parte dei fotografi delegano il processo della stampa ad uno stampatore, per Witkin invece è proprio questo il momento più importante della produzione, così le sue fotografie sono il frutto di una serie di passaggi manuali in cui l’artista sperimenta le sue personali tecniche: il graffio, lo strappo dei negativi, l’utilizzo dei filtri, varie tipologie di ostacoli tra supporto e ingranditore, è una sorta di preparazione dell’immagine attuata prima che esse vedono la luce e Witkin lavora al processo materiale della creazione fino a quando non ottiene immagini perfette. Il risultato è qualcosa di raramente totalizzante, le sue opere vanno osservate due volte: dalla ‘prospettiva’ e dalla ‘retrospettiva’.

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