La concretezza dell’infinito

Ricercare l’infinito, quel mondo oltre-umano, attraverso ciò che siamo e che ci circonda, dunque attraverso il ‘finito’, è senz’altro ambizione smisurata tanto quanto la realtà stessa di infinito.

Il concetto di serialità, intesa come qualcosa che può non avere fine, che potrebbe proseguire illimitatamente, ha in sé la capacità dell’infinito, o quantomeno attiva la percezione mentale di una dimensione potenzialmente infinita.

Dare concretezza all’infinito è l’interesse dell’arte di Enrico Castellani, artista veneto, una delle rivoluzionarie personalità della seconda metà del Novecento. La galleria Mazzoleni, Torino, fino al 31 gennaio ripercorre le tappe del percorso artistico, inevitabilmente mentale, del maestro, attraverso l’esposizione di 35 opere che coprono tutto l’arco della sua produzione.

Nel 1949 Fontana taglia le prime tele, poi Burri e Manzoni che lavorano nello stesso filone, quando Castellani si trasferisce a Milano la ‘rivoluzione della tela’ è in pieno fermento: quello che era il classico supporto della pittura diventa opera d’arte, la tela si buca, si taglia, si assembla. Castellani è ancorato a quei supporti basici della pittura, ovvero tela, telone, chiodi, ma ne travalica le funzionalità utilizzandoli in modo inedito, così le sue opere restano quadri, dati i materiali, ma senza essere più quadri, la stessa bidimensionalità canonica muta piuttosto nella terza dimensione.

Le tele di Castellani, rigorosamente monocrome, perdono la loro tensione naturale attraverso l’inserimento di elementi, quali chiodi, che creano un’estensione di rilievi e cavità, una composizione che dà vita ad un ritmo infinito, seriale, evocato dai chiari e scuri visibili grazie al viaggio della luce sulla superficie, l’infinito sembra concretizzarsi, ed in modo visibile «Io volevo che ciò che facevo fosse indiscutibile, non interpretabile, qualcosa che ‘è’ e basta», raccontava Castellani circa le intenzioni del suo fare.

Il solo criterio compositivo delle opere sarà quello […] che attraverso il possesso delle entità elementari, linea, ritmo indefinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito e possa subire la coniugazione del tempo, sola dimensione concepibile, metro e giustificazione della nostra esistenza spirituale”, scriveva Castellani sulla rivista Azimuth, fondata insieme a Piero Manzoni.

«Il titolo della rassegna nasce da uno scritto dell’artista che spiega l’esigenza spirituale di dar forma alla concretezza ritmica dell’infinito», spiega Francesco Poli, curatore della mostra titolata, appunto, “La Concretezza ritmica dell’Infinito”.

 

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