“Stanze a dondolo e altre storie”, sogni e incubi, il sapore infantile dell’indefinito

È indispensabile che i bambini credano alle immagini oniriche, perché queste sono rivestite dell’apparenza psichica di percezioni, ed essi non hanno ancora acquisito la facoltà di distinguere le allucinazioni o le fantasie dalla realtà”, se Sigmund Freud diede una spiegazione del mondo onirico, del suo senso anche nell’universo dei bambini, Virginia Mori, una giovane e talentuosa artista romagnola ne dà la sua più intima interpretazione.

Stanze a dondolo e altre storie” è la mostra in corso a Bologna presso la Blu Gallery, fruibile ancora fino al 16 gennaio, che espone buona parte del lavoro della Mori.

Quando si è bambini ogni angolo di ogni stanza è un rifugio e contemporaneamente una minaccia: ‘stanze a dondolo’, che rappresentano spazi dove cullarsi, conoscere e sviluppare il senso di protezione, di intimità, dare avvio alla fantasia e intraprendere tutti i suoi viaggi, ma essendo luoghi di scoperta, e la scoperta è fondamentalmente un’incognita, possono svelare anche ‘altre storie’, essere territori della paura, e basta una voce, un rumore, un’ombra che non ci si sa spiegare a fare in modo che ‘compaiano’ mostri, incubi.

Le illustrazioni di Virginia Mori, sebbene non ami definirsi un’illustratrice ma una disegnatrice, quasi nel senso tradizionale del termine, indagano i sogni e gli incubi dell’infanzia, il ‘bianco e il nero’ delle visioni dei bambini, che diventano atmosfere oscure, oniriche, quasi surrealiste, gotiche, ma a tratti paradossali, quindi caricaturali, ironiche, personaggi quasi sempre femminili, o accompagnate da cani, conigli, scolarette dai capelli lunghi, lisci, neri, in preda a gesti eseguiti o subiti, ragazzine omicide o suicide, circondate da dettagli inquietanti, paradossali, proprio come da derivazione onirica, ma che raccontano molto più di ciò che mostrano, quindi simboli suggeriti di qualcosa da intendere. A rendere giustizia alle intenzioni descrittive dell’artista è il supporto scelto per la realizzazione: una semplice penna bic nera (in fondo paradosso anch’essa: tanto semplice da usare quanto complicatissimo fu l’accumulo di sapere e la tecnologia per portarla a realizzazione), si tratta, difatti, di disegni in bianco e nero con rare e contenute incursioni di rosso, «La mia ricerca è più rivolta al passato che al futuro, mi piace il recupero della cura manuale e ho una predilezione per i mezzi semplici, il bianco e nero, la penna o la matita. […] Ci sono cresciuta con la penna bic, e ci disegno, ormai è diventato naturale e rassicurante utilizzarla e con il tempo ho imparato ad apprezzarne le qualità come ad esempio l’inchiostro e la possibilità di ottenere diversi tipi di sfumature», spiega l’artista.

La ‘voce’ della disegnatrice romagnola si esprime anche attraverso un altro linguaggio, quello dell’animazione, del cortometraggio, mezzi molto differenti dal disegno ma in questo caso simili, «Io utilizzo il metodo tradizionale di animazione in cui ogni frame è un disegno originale, impiego circa sei mesi a realizzare cinque minuti di animazione!», racconta la Mori.

Che nelle illustrazioni di Virginia Mori ci sia un mondo fantastico o terrorizzante, indagato, evocato o esorcizzato, idee, sensazioni, o tutte le diverse sfumature, personalità, di un medesimo soggetto, nelle stanze a dondolo resta sempre il sapore infantile dell’indefinito.

 

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